
La voce delle donne nella giustizia: l’esempio di Giustina Rocca
A cura di Avv. Francesca Saveria Sofia
In un'epoca in cui alle donne era negato l'accesso all'istruzione superiore e alle professioni forensi, Giustina Rocca riuscì a imporsi come una delle personalità più straordinarie del Rinascimento italiano, superando convenzioni e pregiudizi attraverso la sua competenza e passione.
Alla corte del governatore veneziano di Trani, l'8 aprile 1500 Giustina Rocca presiedette quello che è considerato il primo arbitrato femminile documentato, imprimendo una svolta significativa alla storia del diritto.
Chiamata a dirimere una complessa controversia ereditaria, pronunciò la propria decisione in lingua volgare anziché in latino, compiendo una scelta di straordinaria modernità: rendere la giustizia comprensibile e accessibile ai numerosi cittadini accorsi per ascoltarla.
Una decisione che rifletteva non solo sensibilità istituzionale, ma anche l'autorevolezza e la stima che era riuscita a conquistare in una società profondamente segnata dalle disuguaglianze di genere.
Successivamente convocò la parte soccombente affinché le fossero corrisposti gli onorari dovuti.
Un gesto tutt'altro che formale in un'epoca in cui alle donne era precluso l'accesso sia all'istruzione che alle professioni giuridiche, quella richiesta affermava con forza il diritto a essere riconosciuta e retribuita al pari dei colleghi uomini, rivendicando sul campo dignità professionale e piena legittimazione.
La sua fama superò presto i confini pugliesi: la sua vicenda venne celebrata nella prima edizione del De Iure Patronatus del giureconsulto Cesare Lambertini, stampata a Venezia nel 1533, per poi diffondersi in Europa attraverso le edizioni di Francoforte e Lione.
Secondo la tradizione, Giustina Rocca fu anche protagonista di delicate mediazioni diplomatiche tra Trani e la Repubblica di Venezia. La sua figura, emblema di intelligenza e determinazione, avrebbe ispirato il personaggio di Porzia nel Il mercante di Venezia di William Shakespeare, eroina capace di imporsi in tribunale con brillantezza e finezza argomentativa.
A testimonianza della modernità del suo esempio, nel 2022 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha dedicato alla giurista tranese la Torre C del proprio complesso a Lussemburgo, riconoscendo simbolicamente il valore senza tempo della sua eredità.
La sua voce, levatasi cinque secoli fa
in un'aula gremita di cittadini,
continua ancora oggi a parlare
alle donne e agli uomini che credono
in una giustizia più equa e inclusiva.
