
L’inizio della storia per l’impresa sostenibile
A cura di Dott. Francesco Comito
- Make as much money as possible[1]
Negli ultimi anni il mondo ha visto mutare l'attenzione delle istituzioni nei confronti della sostenibilità e, al contempo, la postura degli Stati dinanzi al potere delle grandi imprese. Il punto di partenza è risaputo, ma merita comunque alcuni cenni: il sistema economico mondiale, fondato su costante intensificazione della produzione a costi sempre minori, offre enormi opportunità in termini di crescita della ricchezza generale, senza però occuparsi degli effetti che dallo stesso derivano. Protagonista di questa storia è la "grande impresa transnazionale", che opera in un sistema di produzione globalizzato, finalizzato alla massimizzazione del profitto. Tale sistema, che ha spesso favorito la frammentazione dell'attività produttiva lungo le catene del valore (global value chain), oggi – in virtù della maggiore consapevolezza degli attori statali e internazionali – rivela criticità e limiti, tanto in termini di fragilità logistica quanto di gestione degli impatti negativi sui diritti umani.
Prima di entrare nel merito di tali criticità, sembra opportuno notare che per anni la grande impresa ha giocato un ruolo da protagonista non soltanto nella creazione del perfetto sistema di esternalizzazione dei costi e dei rischi, ma anche – sfruttando l'assenza di un regime unitario in materia di commercio internazionale – nell'indirizzare la produzione normativa di quegli Stati in via di sviluppo che pur di attrarre investimenti esteri hanno deciso di assecondare le condizioni richieste dalle imprese[2].
Nel contesto attuale, peraltro, emergono due criticità strutturali: la prima attiene alle esternalità prodotte a discapito dell'ambiente e delle persone, mentre la seconda ai rischi per la continuità dell'impresa stessa; insieme, tutti questi aspetti sono ricompresi nei fattori ESG.
In merito alla prima, l'impresa che affida le fasi del processo produttivo a sussidiarie sparse lungo la sua catena del valore, crea una fitta infrastruttura economico-giuridica la cui complessità rende difficile attribuirle responsabilità per le condotte assunte dalle stesse sussidiarie. Queste ultime puntano alla riduzione dei costi, spesso a danno dei territori e delle comunità in cui operano, con rischi di inquinamento e scarsa sicurezza dei lavoratori.
Con riferimento alla seconda criticità, viene in rilievo la suddetta fragilità intrinseca delle odierne global value chain, che espone l'impresa a rischi di non conformità alle normative di settore, interruzione delle forniture e, per assurdo, costi aggiuntivi derivanti da potenziali sanzioni e crisi reputazionali.
- La nuova dimensione dell'impresa
Questa nuova consapevolezza rende evidente che la sostenibilità non riguarda esclusivamente l'ambiente e i diritti umani, ma un sistema complesso in cui fattori ESG e interessi dell'impresa si combinano. Da ciò deriva la necessità di una governance non più orientata alla mera shareholder primacy, un tempo definita "la fine della storia per il diritto societario" [3], ma che sia in grado di porre l'accento sui nuovi elementi dell'equazione, senza stravolgere l'essenza del corporate purpose: coinvolgimento degli stakeholder, sostenibilità della filiera produttiva e rispetto dell'ambiente al fianco del profitto, quali indicatori di sostenibilità.
Si riesce così a scorgere l'obiettivo della stakeholder economy: raggiungere un equilibrio tra l'interesse dei soci per il profitto e gli interessi "esterni", appartenenti a tutti quei soggetti su cui si manifestano gli effetti negativi dell'attività d'impresa.
Nonostante ciò, di fronte alla volontà di costruire una gestione d'impresa sostenibile, il dibattito sul "limite" della causa lucrativa, che non consentirebbe agli amministratori di perseguire strategie orientate alla sostenibilità, non sembra aver condotto ad una soluzione netta della questione.
- Sostenibilità: due diligence e gestione del rischio
Peraltro, uno spiraglio concreto verso la governance sostenibile è oggi ben visibile, e sembrerebbe avere il potenziale per costituire un quid pluris dell'impresa, a vantaggio anche della sua competitività.
Se infatti, nel contesto attuale, i rischi (ambientali, sociali, geopolitici) assumono rilevanza sistemica[4], si rende allora necessaria una risposta comune da parte di attori privati e istituzionali, atta ad implementare le necessarie strategie per individuarli, monitorarli e mitigarli. In quest'ottica, i fattori ESG non sono più mera conformità normativa, ma criteri di identificazione dei rischi.
Lo strumento di più innovativo in grado di identificare e gestire i rischi è rappresentato dalle politiche di "human rights and environmental due diligence", ossia procedure che impongono obblighi di reporting e di condotta per le imprese – rendendole effettivamente responsabili delle condotte assunte e degli impatti causati lungo le catene del valore – e al contempo consentono di introdurre nella governance aziendale quegli interessi esterni finora mai tenuti in considerazione dagli organi di amministrazione.
Questa complessa trasformazione della governance d'impresa è intesa, dunque, tanto ad affermare la responsabilità sociale dell'impresa – intesa come tutela dei diritti umani – quanto a fornirle strumenti di prevenzione della crisi, garanzia di continuità e possibilità di raggiungere un posizionamento strategico competitivo.
[1] M. Friedman, The social responsibility of business is to increase its profits, The New York Times Magazine, 13 settembre 1970.
[2] M. Fasciglione, Impresa e diritti umani nel diritto internazionale, 2024, parla della c.d. "race to the bottom".
[3]H. Hansmann, R. Kraakman, The End of History for Corporate Law in Discussion Paper No. 280 3/2000, Harvard Law School.
[4] M. Maugeri, «Pluralismo» e «monismo» nello scopo della s.p.a. (glosse a margine del dialogo a più voci sullo Statement della Business Roundtable) in Orizz. Dir. Comm., 3, 2019, p. 643.
