Il diritto all’oblio nei registri dei protesti: tra trasparenza e tutela della persona

27.04.2026

A cura di Avv. Valeria Scilipoti

Negli ultimi anni, la digitalizzazione dei registri pubblici ha ampliato l'accessibilità alle informazioni economiche dei cittadini. Tra queste, i dati relativi ai protesti cambiari rappresentano uno degli strumenti più incisivi per valutare l'affidabilità economica. Tuttavia, la permanenza di tali informazioni online pone delicati problemi in relazione al diritto all'oblio.

Ma cos'è, esattamente, il diritto all'oblio?

Il diritto all'oblio - o più comunemente diritto alla cancellazione - è il diritto della persona a non restare esposta in modo indefinito a informazioni che la riguardano quando queste non sono più attuali, pertinenti o necessarie rispetto alle finalità per cui sono state diffuse. Regolato dall'art. 17 del GDPR, tutela il diritto alla riservatezza, impedendo che notizie passate pregiudichino ingiustamente il presente di una persona. Non significa cancellare il passato, ma evitare che esso continui a produrre effetti pregiudizievoli senza un reale interesse pubblico.

Da un punto di vista bancario, tale sistema risponde a un'esigenza imprescindibile e cioè consentire agli operatori economici e agli intermediari finanziari di valutare l'affidabilità creditizia dei soggetti con cui entrano in rapporto. Il registro informatico dei protesti, infatti, rappresenta uno strumento di prevenzione del rischio, funzionale alla stabilità dei traffici commerciali e alla tutela del credito.

In questo equilibrio tra trasparenza e tutela della persona si colloca proprio il registro informatico dei protesti, disciplinato dalla legge n. 235/2000, quale strumento di pubblicità legale volto a rendere conoscibili situazioni di inadempimento rilevanti ai fini del merito creditizio.

Tuttavia, proprio questa funzione, se non adeguatamente bilanciata, può determinare effetti distorsivi. La sua natura pubblica e la crescente digitalizzazione ne amplificano l'impatto, determinando una diffusione potenzialmente illimitata delle informazioni. Ne consegue il rischio che il dato, seppur lecito e corretto, continui a circolare anche quando ha perso attualità, soprattutto nei casi in cui il debito sia stato successivamente estinto. Dato che, dunque, necessita di essere cancellato (o meglio deindicizzato).

In altri termini, ciò che nasce come esigenza di trasparenza può tradursi, nel tempo, in una forma di "marchiatura" permanente del soggetto, incidendo negativamente sulla sua reputazione economica e ostacolandone l'accesso al credito.

È proprio in questo punto di tensione che si inserisce il diritto all'oblio, quale strumento volto a impedire che informazioni non più attuali continuino a produrre effetti pregiudizievoli sproporzionati rispetto alla loro originaria funzione.

La giurisprudenza, anche alla luce del Regolamento UE 2016/679 (GDPR), ha riconosciuto che il trattamento dei dati personali deve rispettare i principi di pertinenza, proporzionalità e limitazione della conservazione. Infatti, il diritto all'oblio è tutelato anche a livello europeo ed internazionale. Sul punto, la sentenza emblematica che ha "creato" operativamente il diritto all'oblio digitale, secondo la quale "l'interessato può ottenere la deindicizzazione dai motori di ricerca di risultati contenenti dati personali non più pertinenti o aggiornati, anche se pubblicati lecitamente in origine" (Cass. civ., sez. I, 5 aprile 2012, n. 5525; Cass. civ., sez. I, 24 giugno 2016, n. 13161; Corte di giustizia UE, 13 maggio 2014, causa C-131/12, Google Spain).

Per quanto riguarda i protesti, l'ordinamento prevede già strumenti specifici: la cancellazione dal registro può essere richiesta in caso di pagamento entro 12 mesi, mentre oltre tale termine è possibile ottenere l'annotazione dell'avvenuto pagamento. Tuttavia, il problema si pone soprattutto con riferimento alla diffusione online dei dati, spesso replicati da banche dati private.

Ne deriva che il soggetto interessato può agire per ottenere la deindicizzazione dai motori di ricerca o la cancellazione dei dati non più pertinenti, soprattutto quando il protesto abbia perso attualità.

In conclusione, il sistema dei registri pubblici deve evolversi in modo da garantire un equilibrio tra esigenze di trasparenza e tutela della dignità personale. Il diritto all'oblio, dunque, rappresenta un presidio essenziale contro la cristallizzazione del passato nella dimensione digitale.


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