
Safeguarding nello sport: quando nasce davvero la responsabilità
A cura di Avv. Giulia Solenni
La figura del Safeguarding Officer, fin dalla sua introduzione con la riforma dello sport, è stata spesso oggetto di dubbi, timori e, soprattutto, di molti fraintendimenti nel mondo sportivo.
In diverse realtà dilettantistiche è stata percepita più come una fonte di possibili responsabilità che come uno strumento di prevenzione e tutela degli atleti.
Sul tema ci eravamo già soffermati in un precedente articolo, che invitiamo a leggere: La figura del Safeguarding Officer: un ruolo di prevenzione, non di responsabilità penale altrui!
Preme ora tornare sul tema per un ulteriore chiarimento, anche alla luce di alcune recenti decisioni della giustizia sportiva che hanno fatto molto discutere nel mondo dello sport.
In diversi ambienti tali pronunce sono state lette con una certa preoccupazione, alimentando il timore di nuove e più ampie responsabilità per dirigenti e società sportive.
In realtà, una lettura attenta di queste decisioni mostra come tali paure derivino spesso da un fraintendimento del loro reale contenuto: la giurisprudenza sportiva non introduce affatto una responsabilità automatica per ciò che accade all'interno delle società — circostanza che, peraltro, sarebbe incompatibile con un principio cardine del nostro ordinamento, secondo cui la responsabilità penale è personale — ma richiama piuttosto il dovere di intervenire quando si è a conoscenza di comportamenti effettivamente abusivi o vessatori.
Alcune pronunce della Corte Federale d'Appello della FIGC hanno, infatti, di recente affrontato casi nei quali allenatori di settori giovanili avevano utilizzato nei confronti degli atleti linguaggi offensivi, umilianti o vessatori.
Si tratta di situazioni che, soprattutto quando coinvolgono minorenni, possono integrare vere e proprie forme di abuso psicologico, perché lo sport non può trasformarsi in un contesto nel quale la pressione agonistica giustifica umiliazioni o perdita di dignità della persona.
Tuttavia, ciò che rende particolarmente interessanti queste decisioni non è tanto la condanna dell'allenatore — che è del tutto prevedibile quando emergono comportamenti di questo tipo — quanto il ragionamento svolto dai giudici sportivi che hanno riconosciuto la responsabilità anche in capo ai dirigenti e al saveguarding.
È bene però prestare attenzione: la responsabilità non è stata affermata a causa dei comportamenti dell'allenatore, ma in quanto è emerso che i dirigenti della società, e in particolare il presidente, erano a conoscenza di ciò che stava accadendo e non sono intervenuti in modo adeguato.
In altre parole, il punto centrale non è stato il comportamento dell'allenatore in sé, ma l'inerzia di chi aveva il dovere di vigilare e di intervenire.
Questo è un passaggio fondamentale, perché chiarisce che la responsabilità del saveguarding e dei dirigenti in generale nasce quando gli stessi consapevolmente omettono di gestire una situazione di abuso.
Il Safeguarding Officer, infatti, lo ripetiamo non è una figura chiamata a controllare ogni parola pronunciata durante un allenamento, né è un garante assoluto di tutto ciò che accade all'interno di una società sportiva.
Il suo ruolo è essenzialmente preventivo: promuovere ambienti sportivi sicuri, ricevere eventuali segnalazioni, attivare le procedure previste dai regolamenti federali quando emergono situazioni problematiche.
Non è un investigatore, non è un giudice e, soprattutto, non è il responsabile automatico delle condotte altrui. Pensare che ogni comportamento scorretto di un allenatore possa trasformarsi in una responsabilità del safeguarding significa fraintendere completamente la funzione di questa figura e del diritto penale in generale!
La stessa giurisprudenza sportiva mostra con chiarezza che la responsabilità nasce in presenza di un elemento ulteriore: la conoscenza del problema e la mancata reazione.
Se un dirigente o un responsabile safeguarding riceve segnalazioni di comportamenti abusivi e non fa nulla, se ignora situazioni evidenti o se non attiva le procedure previste, allora sì che può configurarsi una responsabilità per omissione o per mancata vigilanza.
Ma è una responsabilità che deriva dall'inerzia, non dal semplice fatto che un episodio si sia verificato.
È una distinzione importante, perché nel dibattito che si sta sviluppando nel mondo sportivo si rischia di creare un clima di timore ingiustificato, come se l'introduzione del safeguarding fosse destinata a trasformarsi in un meccanismo punitivo permanente.
In realtà, la logica che sta dietro alle nuove regole e alle decisioni della giustizia sportiva è molto più semplice e, in fondo, molto più ragionevole.
Lo sport deve essere un ambiente sicuro, soprattutto per i giovani atleti, e comportamenti umilianti o vessatori non possono essere tollerati.
